Nino Migliori e il valore delle "foto della domenica"

Spazi per un eventuale sommario o sottotitolo, da rimuovere se inutilizzato e comunque non dovrebbe essere più lungo di un paio di righe, in linea generale…

di Marco Guidi

Potrebbe sembrare una sorta di vezzeggiativo, una locuzione proverbiale quasi a indicare una sorta di superficialità di approccio, di poca competenza e grossolana applicazione ad una disciplina, alla fotografia come in questo caso, quella di dire “Fotografo della Domenica”. Prendere le arti a caso per passare il tempo, e accontentarsi. In quello che sto per scrivere se c’è una morale, potrebbe essere di un significato simile al fatto di imparare ad accontentarsi, come facevano i nostri nonni, ma in relazione al periodo storico di appartenenza e non al fare occasionale.
Ma c’è una parola, che riesce a tracciare come un aratro nel terreno di una semantica di riferimento, una linea tra ciò che ha un valore e ciò che non lo ha. Si chiama consapevolezza.

Quella domenica pomeriggio di oltre 62 anni fa Nino Migliori è partito alla volta del Delta del Po’, del Polesine, con al collo la sua Rolleiflex, sicuramente incuriosito dall’atmosfera particolare del territorio , e dal voler recuperare i rapporti umani dopo la guerra, per quella che in fin dei conti era una gita domenicale. Una gita in una terra dove è difficile capire dove finisce il fiume e inizia il mare, dove allora il rapporto dell’uomo con la natura era tumultuoso. Migliori era consapevole che il suo fotografare in maniera apparentemente semplice a tratti, avrebbe avuto un impatto culturale, un tramandare visivo volto a sottolineare la transizione da uno stato di quasi miseria a uno di lieve benessere, in vista del boom economico. Si concentra soprattutto sull’uomo, lasciando indietro la terra, come muta presenza, in un tacito accordo per celebrare silenziosamente l’umanità.
Un’ escursione domenicale che diventa materia progettuale e fucina iconografica del passaggio storico dalla vita contadina ad una rivoluzione post conflitto che porterà gradualmente al cambiare vita e abitudini. E con sapienza e competenza Migliori filtra la realtà tra memoria individuale e storia collettiva.

Il Neorealismo ci lascia delle immagini che intrigano per il loro fascino senza tempo. Il rischio è che il bianco e nero, codice visuale tipico o perlomeno prescelto per la documentazione o il reportage, rischi invece di distogliere l’attenzione dalla durezza e difficoltà di quella vita per farci concentrare sulla poesia dei tempi andati. La causa potrebbe essere per via di quell’ attrazione che abbiamo nei confronti della vita rurale derivante da un immaginario comune tramandatoci con la fotografia specialmente amatoriale, fatto di sorrisi e pose all’apparenza felici, che inscena un certo lirismo, quasi senza riuscire a immaginare la vera vita a colori in quel passato dove ancora la lotta per la sopravvivenza ed una miseria endemica erano materie quotidiane. Sicuramente Migliori è consapevole di questo e considera la situazione Realista di una certa complessità. Allora elabora un nuovo tipo di documento, dove il fatto di rappresentare la realtà sia di libera interpretazione, di democratica fruizione, consegnandoci immagini che hanno luce propria grazie anche alla loro brillante opacità, ossimoro col quale si intendono delle fotografie che invece di dare risposte precise, racconti certi e di univoca comprensione, promettono però la presenza di un pensiero profondo e potente. Per dirla alla Didi-Huberman, non cerca di realizzare immagini di lettura troppo stringente.
I primi manifesti cinematografici, le vetrine del negozio di giocattoli davanti al quale i bambini tornano a poter essere tali e non più piccoli uomini, l’uomo in Vespa, sono come versi poetici che cantano di un benessere in arrivo, ma anche di tante variabili e incognite presenti e future.
Nei giorni gloriosi della Scuola di Francoforte Walter Benjamin aveva parlato della distinzione tra Valore Culturale ed Espositivo. Quello per cui l’immagine è quasi un’ esigenza, un medium a tratti religioso, oggetto di culto e devozione volto a preservare ad esempio il ricordo. Ma anche la capacità disinteressata di rappresentare un dato momento storico, mi viene da dire. L’altro è un esigenza di condivisione, di messa in mostra, con una funzione estetica.
Quindi ci sono anche queste tre foto, scattate ad un’altra gita domenicale, autore anonimo, alla quale partecipò anche il nonno di mia moglie, pochissimi anni dopo il lavoro di Migliori. Ad una prima osservazione non sono altro che semplici ma bellissime foto ricordo, però poi vedo quel binocolo, simbolo di un incipiente benessere, quasi al pari dell’uomo in vespa o del giovane fotoamatore immortalati da Nino Migliori, simboli della possibilità di togliersi alcuni sfizi dopo anni di grandi privazioni. Mi ha colpito inoltre la posizione di Migliori, il quale fotografa entrando nella scena si’, ma non troppo. Interessante dunque veder sfatare prima della loro nascita, certe diatribe sul modo di fotografare in ambito fotogiornalistico.

È chiaro che quelle fotografie avevano l’ambizione di essere mostrate a casa ad amici e parenti, esemplificazione della seconda fattispecie immaginifica proposta da Benjamin, ma se sommate al lavoro “Gente del Delta” e a pile di fotografie che ognuno ha nei cassetti e negli album di famiglia, documenti storici lirici, come li ha definiti Vasco Brondi, che insieme a Mauro Zanchi e Corrado Benigni ha curato il volume e i testi di “Gente del Delta”, allora il senso è di mostrarci da dove veniamo, di ricordarci i piccoli sacrifici quotidiani del passato e non dimenticarcelo. Una documentazione complessiva che annulla il tempo, costituendo la formazione di una sorta di engramma con proprietà multigenerazionale e morale, che si propone come aspetto contingente al nostro sguardo nel vedere la vita.

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Nino Migliori e il valore delle “foto della domenica”